Beati coloro che sono affamati e assetati di giustizia,

perché essi saranno saziati.

~ GESÙ (Matteo 5:6)

Gesù ha iniziato il suo Sermone della montagna con una serie di bellissime benedizioni prima di dare un comando, una richiesta o una direzione. La grazia viene prima di tutto, e noi dobbiamo ricordarcene in seguito, quando il Sermone fissa degli standard elevati.

 Gesù è spesso interattivo nel suo insegnamento, utilizzando situazioni e preoccupazioni comuni della vita per insegnare verità spirituali. In altre occasioni Gesù nutre miracolosamente delle persone in risposta alla loro fame. Qui, Gesù usa la fame e la sete naturali, come opportunità per nutrire le loro anime.

Il resoconto di Luca del Discorso in Pianura di Gesù ha una beatitudine parallela che recita: “Beati voi che ora avete fame, perché sarete saziati” (Luca 6:21). Quando il regno dei cieli sulla terra si manifesterà sempre più attraverso i cittadini del regno, le necessità pratiche delle persone saranno soddisfatte. Tuttavia, il resoconto di Matteo di questa beatitudine punta a qualcosa di più profondo e di più bello del prendersi cura della fame e della sete fisica delle persone.  

 Gesù non dice: “Beati coloro che sono giusti”. Sta descrivendo persone che vivono con un desiderio profondo, un dolore viscerale per qualcosa che ancora non possiedono, che non esprimono o sperimentano pienamente.

 Ci sono benedizioni che vengono come conseguenza della nostra ricerca, della nostra lotta e del nostro desiderio di avere ancora più fame e sete di Dio. È significativo che Gesù usi la fame e la sete in questo caso, poiché spesso sono gli appetiti terreni che possono condurci su una strada distruttivamente ingiusta, di solito danneggiando le nostre relazioni. Gesù insegna ai suoi discepoli l’importanza di non sopprimere o soffocare i nostri desideri, ma di reindirizzare le nostre passioni e i nostri appetiti verso relazioni giuste

Ma cosa significa essere affamati e assetati di giustizia?

[Nota a margine: nella Bibbia occorre fare un’importante distinzione tra “rettitudine” e “giustizia”. A volte la parola greca “rettitudine” viene tradotta “giustizia” in questo versetto, ma non è corretto. Una parola che viene usata per “giustizia” (ekdikeó), significa mettere a posto le cose con la forza, e questo è qualcosa che dovremmo lasciare nelle mani di Dio (Luca 18:1-8; Romani 12:19). Un’altra parola a volte tradotta “giustizia” (krisis) significa fare un giusto giudizio, e Gesù di solito usa questa parola per riferirsi al giudizio divino (Matteo 5:21-22; 12:20; 23:23, 33; Giovanni 5:22-30; 7:24), ancora una volta questo è qualcosa che non è compito dei seguaci di Gesù. Quindi la GIUSTIZIA consiste nel dare un giusto giudizio, nell’imporre una giusta condotta o nel punire una condotta sbagliata (affari di Dio), mentre la RETTITUDINE consiste nell’avere giusti rapporti (cosa che riguarda tutti noi).]

La GIUSTIZIA rientra più nella categoria “occhio per occhio”, ovvero nel rendere le cose giuste o eque perseguendo un’adeguata riparazione per le azioni sbagliate. La GIUSTIZIA, messa nelle mani degli uomini, tende a essere punitiva. Ma la GIUSTIZIA divina è sempre riparatrice, trasforma gli schiavi in figli e i peccatori in santi e dà la priorità alla riconciliazione quando e dove invece il peccato separa le relazioni. La vera giustizia è sempre piena di grazia. Dio giustifica (cioè rende giusti) gli empi (a chi non si affida alle proprie opere, ma crede in colui che giustifica l’empio, la sua fede è messa in conto come giustizia   — Romani 4:5). 

Dobbiamo essere cauti nei confronti del tentativo popolare, ma fuorviante, di equiparare la giustizia con la rettitudine (dove la giustizia è intesa come rendere le cose giuste nella modalità occhio-per-occhio), poiché la rettitudine va sempre oltre la giustizia, verso la misericordia. La rettitudine ripara le relazioni. (Perciò la rettitudine è più simile a quella che oggi viene spesso chiamata “giustizia riparatrice”). Si noti che subito dopo questa beatitudine, nel caso in cui qualcuno cerchi di equiparare la giustizia con la pura giustizia punitiva, Gesù benedice i misericordiosi. Quindi, ancora una volta: se la nostra giustizia manca di misericordia, se punisce le persone invece di ripristinare e riparare le relazioni, se lotta per la verità senza un profondo impegno d’amore, se non è guidata dalla grazia e non opera per la riconciliazione, allora anche la nostra giustizia è ingiusta. I farisei erano pieni di passione per la giustizia, ma Gesù esalta la rettitudine]. 

Saranno saziati.

Gesù non sta dicendo: “Beati coloro che lottano per la giustizia, perché avranno successo nella loro lotta”. No. Questa beatitudine non riguarda l’operare per la giustizia “là fuori”, ma del nostro profondo desiderio che i nostri cuori sperimentino il pieno allineamento con Gesù, in modo che la volontà e la via di Dio abbiano il sopravvento nella nostra vita. Gesù con questa beatitudine descrive persone che hanno fame e sete della propria giustificazione, rigenerazione, santificazione e infine glorificazione. Quindi le persone di questa beatitudine, quelle che hanno fame e sete di giustizia, non sono riconosciute perché gridano: “Voglio un mondo migliore! Voglio che la Chiesa faccia meglio! Voglio giustizia!”. Sono desideri onorevoli. Ma non è di questo che Gesù sta parlando. Coloro che hanno fame e sete di giustizia sono benedetti perché “saranno saziati “. Siete tentati di sentirvi più giusti infuriandovi contro l’ingiustizia nel mondo che vi circonda? Rallentate, guardatevi dentro e continuate a leggere. Più avanti nel sermone, Gesù insegna che l’ira è un omicidio, la lussuria è un adulterio, il giudizio è un male e i nemici devono essere amati, il che stabilisce uno standard di rettitudine molto alto, che dovrebbe aiutarci a sviluppare la nostra fame e sete di riempire i nostri cuori con la giustizia di Dio. 

 Quando un uomo riceve per la prima volta il dono della giustizia di Dio e si converte da peccatore a santo e da schiavo a figlio, i teologi chiamano questo processo giustificazione (rettitudine) e rigenerazione (rinascita nella famiglia di Dio). Quando un credente continua a essere dotato di sempre maggiore rettitudine, man mano che concretizza nella propria vita ciò che Dio ha già operato interiormente, i teologi la chiamano santificazione progressiva (crescita nella rettitudine) e infine glorificazione (perfezione finale e completa nella prossima vita). Ed è tutta una buona novella (vedi 1 Giovanni 3:2-3). 

Quindi possiamo riassumere che essere affamati ed assetati di giustizia significa avere il desiderio di essere più come Gesù. Avere il desiderio di vivere come Lui ha vissuto, pur rendendoci conto di quanto ancora manchiamo a riguardo.

Il paradosso della vita in Cristo è che sono sempre vere due cose contemporaneamente:  

Primo: siamo già giusti!  

Se qualcuno è in Cristo, è diventato una nuova creazione! Il vecchio è passato, il nuovo è arrivato! … Dio ha fatto sì che colui che non aveva peccato fosse peccato per noi,

affinché in lui diventassimo giustizia di Dio.

In secondo luogo: la nostra vita spesso non riesce a manifestare questa giustizia.  

Se siamo onesti, nessuno di noi vive all’altezza dei propri ideali, tanto meno di quelli di Dio. Tutti crediamo meglio di quanto agiamo. E tutti parliamo meglio di come camminiamo. Quando lasciamo che la nostra mente ammetta onestamente il divario tra i nostri ideali fra il nostro io interiore e le nostre azioni, e soprattutto quando lo confessiamo apertamente a un altro, ci ribelliamo contro le forze del potere della negazione. E potremo ritrovarci di nuovo affamati e assetati di giustizia.  

Sì, nessuno ha fame e sete di qualcosa di cui è già pieno. E se pensate che ogni aspetto della vostra vita sia già giusto, allora andate pure avanti così, non avete niente da imparare. Ma per il resto di noi, che siamo dolorosamente consapevoli del nostro fallimento nel vivere la giustizia che Dio ha messo dentro di noi, questa beatitudine cattura la lotta della nostra vita quotidiana. 

Gesù non dice: “Beati quelli che vivono rettamente”. Si rivolge a coloro che sanno di non esserlo, ma che desiderano profondamente muoversi verso lo scopo di: diventare come Gesù (Romani 8:29; 1 Giovanni 3:1-3). E nel mezzo della fame e della sete del nostro completamento, c’è, qui e adesso, la benedizione di cui ci sta parlando Gesù. 

Per i discepoli di Gesù, avere fame e sete di giustizia significa ammettere il paradosso: Romani 7 e Romani 8 vivono fianco a fianco in ognuno di noi. (In Romani 7 l’apostolo Paolo lamenta la sua continua lotta con il peccato: Difatti io so che in me, cioè nella mia carne, non abita alcun bene; poiché in me si trova il volere, ma il modo di compiere il bene, no. Infatti il bene che voglio, non lo faccio; ma il male che non voglio, quello faccio.  In Romani 8 rivendica la sua effettiva giustizia e si aggrappa alla vita d’amore guidata dallo Spirito: Non c’è dunque più nessuna condanna per quelli che sono in Cristo Gesù, perché la legge dello Spirito della vita in Cristo Gesù mi ha liberato dalla legge del peccato e della morte.  Infatti, ciò che era impossibile alla legge, perché la carne la rendeva impotente, Dio lo ha fatto; mandando il proprio Figlio). Sì, Gesù dice: “Io sono il pane della vita. Chi viene a me non avrà mai fame e chi crede in me non avrà mai sete” (Giovanni 6:33). Questo è vero e sarà la nostra esperienza, alla fine. Ma nel frattempo abbiamo fame e sete e per questo siamo benedetti. In questa vita, non saremo mai soddisfatti della nostra attuale capacità di ricevere e dare amore. Una spiritualità insaziabile.  

I seguaci di Gesù non hanno bisogno di avere fame e sete per essere resi giusti: lo siamo già. Ma è giusto che abbiamo fame e sete che questa stessa giustizia si diffonda in ogni aspetto della nostra vita e si manifesti in ogni ministero della Chiesa. Fino ad allora, cantiamo insieme al grande Salmista: 

Ma non ho ancora trovato quello che sto cercando. ~ Bono, U2