Beati quelli che fanno cordoglio, perché saranno consolati. ~ GESÙ (Matteo 5:4)

Beati quelli che sono afflitti,
perché saranno consolati.

~ GESÙ (Matteo 5:4) (traduzione CEI).

Per come siamo fatti vorremmo stare costantemente nella gioia, nella pace ed evitare la parte della vita con scritto dolore e sofferenza. Nonostante ciò, come disse Kenneth E. Bailey (Gesù attraverso gli occhi del Medio Oriente), i credenti non sono mai esortati a cercare la sofferenza; sono invece incoraggiati a riconoscere che la sofferenza è una straordinaria maestra.

Prima ancora di dare un comando, una richiesta o una direzione, Gesù ha iniziato il suo Sermone della montagna con una serie di bellissime benedizioni. La grazia viene prima di tutto e noi dobbiamo ricordarcene in seguito, quando il Sermone metterà degli standard elevati. In questo sermone scopriremo che Gesù benedice chi è rattristato.

La parola greca infatti per cordoglio è (penthos) che significa lamentare una perdita o una fine. Potrebbe riferirsi al dolore per la morte di una persona cara o per la perdita di una relazione per noi importante. Potrebbe anche riferirsi al dolore di Dio per il nostro fallimento. Sia che abbiamo perso un lavoro, una relazione, un animale domestico o un progetto che speravamo di realizzare, sia che abbiamo perso il nostro senso di purezza e innocenza a causa del nostro fallimento o del fallimento di qualcun altro nella nostra vita, essere tristi e addolorati significa essere in sintonia con la realtà.

A prima vista questa Beatitudine non sembra dire molto. “La vita è dura, ma andrà meglio, quindi coraggio!”. Ma più vivo e più questa Beatitudine diventa rilevante.

Alcune volte nella mia vita ho sofferto di un lutto profondo, anche di recente. L’intera esperienza è diventata per me un “luogo trasparente”, un luogo in cui il velo tra il cielo e la terra diventa più sottile e in cui sperimentiamo maggiormente la luce di Dio che brilla attraverso di noi.

Gesù sta gettando le basi per una comunità onesta, aperta, autentica e accogliente. Se coloro che sono afflitti sono esaltati nel suo regno, allora non dobbiamo fingere di farcela o fingere di essere migliori di quello che siamo. I cittadini di questo regno dei cieli sulla terra sono persone vere, che si comportano in modo autentico nella vita reale. Possiamo togliere la maschera e far sì che la confessione del peccato o il lutto per una perdita o semplicemente il sentirsi sconfitti dalla vita facciano parte della nostra normale conversazione. Che accoglienza, che grazia.

Qualunque sia la causa del nostro lutto, sia per nostri sbagli o fallimenti, sia per la perdita di qualcuno o qualcosa di caro, il nostro dolore ci fa capire che abbiamo sperimentato l’amore.

A volte piangiamo la perdita di una persona. Perdere un amico o un familiare, un partner o persino un animale domestico è quanto di più grande si possa perdere. Dio è amore (1 Giovanni 4:8, 16), quindi questo universo si basa sulle relazioni. Alla fine, la connessione tra anime è l’unica cosa che conta. L’amore è vita. E perdere la connessione con una persona amata significa sperimentare la morte nella nostra stessa anima.

Sappiamo che Gesù ha incarnato la profezia di Isaia: “Lo Spirito del Signore sovrano è su di me, perché il Signore mi ha consacrato con l’unzione… per fasciare il cuore spezzato” (Isaia 61:1-2; Luca 4:14-21). Gesù è venuto non solo per guarire i corpi spezzati, ma anche per riparare i cuori spezzati e ripristinare le relazioni interrotte. A volte questa guarigione avverrà in questa vita, altre volte dovremo aspettare la vita dopo la morte. Ma in ogni caso, per un discepolo di Gesù, la perdita non è mai la fine della storia.

A volte piangiamo l’incompletezza del regno dei cieli sulla terra. I seguaci di Cristo si addolorano perché qualcosa di bello è iniziato ma non è finito, il regno è vicino ma non è pienamente realizzato, inaugurato ma non stabilito. Così, nel frattempo, la nostra esperienza della bellezza del regno dei cieli sulla terra è ancora permeata dal dolore.

La domanda sorge spontanea: se il Regno dei Cieli è già iniziato qui sulla terra, perché il mondo è così pieno di dolore e sofferenza, egoismo e peccato? E perché la Chiesa stessa sembra così inquinata da valori mondani come il rabbioso giustizialismo, l’inflessibile legalismo e le lotte interne? La risposta è che, mentre il regno di Dio è iniziato, gli altri regni non sono ancora stati rimossi. Viviamo nel tempo della sovrapposizione e c’è molto di cui essere gioiosi e allo stesso tempo molto di cui dolersi. La nostra sensazione che ci sia qualcosa di sbagliato in tutto ciò non è una nevrosi, è la realtà. E il lutto è la reazione appropriata per questa realtà.

A volte piangiamo la morte di un sogno. Vale la pena ricordare che alcune persone vivono ogni giorno con il dolore di aspettative non soddisfatte. Non si sono mai sposati come pensavano, non hanno avuto i figli che speravano o non hanno raggiunto gli obiettivi di carriera che avevano previsto. I loro sogni stanno morendo con il passare degli anni. Si tratta di un profondo dolore spirituale che non può essere semplicemente accantonato.

Se questo tipo di lutto descrive il vostro, sappiate che Dio vi capisce. Dio sa cosa significa avere un sogno per la sua creazione che non è stato realizzato. Anzi, quel sogno si è trasformato in un incubo:

Il Signore vide quanto grande era diventata la malvagità della razza umana sulla terra e che ogni inclinazione dei pensieri del cuore umano era sempre e solo malvagia. Il Signore si pentì di aver creato gli esseri umani sulla terra e il suo cuore fu profondamente turbato. (Genesi 6:5-6).

Gesù è stato profetizzato come uomo dei dolori e conoscitore della sofferenza, colui che avrebbe preso e portato su di sé la nostra tristezza:

Disprezzato e abbandonato dagli uomini,
uomo di dolore, familiare con la sofferenza,
pari a colui davanti al quale ciascuno si nasconde la faccia,
era spregiato, e noi non ne facemmo stima alcuna.
Tuttavia erano le nostre malattie che egli portava,
erano i nostri dolori quelli di cui si era caricato;
ma noi lo ritenevamo colpito,
percosso da Dio e umiliato!

~ Il Profeta Isaia (Isaia 53).

Prima di aver ripulito il tempio come giudizio sull’intero sistema religioso, Gesù piange per l’occasione mancata da Gerusalemme di accoglierlo come il re che li avrebbe condotti alla pace, invece che alla guerra contro i Romani, una guerra che avrebbero perso terribilmente. La parola greca qui descrive un lamento a voce alta, un dolore che non può essere contenuto o taciuto. Se questa è stata la reazione emotiva di Gesù al fallimento dei Giudei di Gerusalemme nel seguire la sua via di pace, posso solo immaginare il suo straziante lamento negli ultimi due millenni, quando ha visto svolgersi la storia violenta della sua Chiesa. Gesù conosce il dolore acuto della morte di un sogno.

Leggendo la Bibbia, impariamo che Dio sa cosa significa avere un coniuge che lo tradisce, avere i figli che gli si rivoltano contro, avere gli amici che lo tradiscono, lo rinnegano e lo abbandonano. Dio capisce il dolore. Infatti, nel nostro stesso dolore possiamo sperimentare una profonda connessione con il cuore di Dio.

Un antico padre della Chiesa siriana, Sant’Efraim, diceva che finché non piangiamo non conosciamo Dio. Piangere significa entrare in contatto cuore a cuore con il Gesù che piange sulla tomba di Lazzaro e per la città di Gerusalemme, e con il Dio che si pente di aver creato l’umanità dopo aver visto quanto male ci facciamo l’un l’altro e che attualmente vede le pene di questo mondo e si addolora accanto agli oppressi.

Sì, Dio piange con noi, Dio ci conforta e Dio ci fornisce del necessario per essere agenti di conforto per gli altri:

Sia lodato il Dio e Padre del Signore nostro Gesù Cristo, il Padre della compassione e il Dio di ogni consolazione, che ci conforta in tutte le nostre difficoltà, affinché possiamo confortare coloro che si trovano in qualsiasi difficoltà con la consolazione che noi stessi riceviamo da Dio. Infatti, come partecipiamo abbondantemente alle sofferenze di Cristo,

così anche la nostra consolazione abbonda per mezzo di Cristo.

~ L’apostolo Paolo (2 Corinzi 1:3-4)

Il nostro lutto ha uno scopo, anche se questo scopo è semplicemente quello di permettere a Dio di aiutarci a comprendere meglio il nostro mondo e di offrire il necessario conforto ai molti che ci circondano e che stanno soffrendo per una perdita. Non lasciamo che una goccia del nostro dolore vada sprecata.

Un cuore che sa piangere è un cuore che sa amare.

~ Amy-Jill Levine (Il Sermone sul Monte)