Riparatori di Relazioni

Beati quelli che si adoperano per la pace, perché saranno chiamati figli di Dio.

 ~ GESù (Matteo 5:9).

Essere operatori di pace va oltre la non violenza. Significa attivarsi per la mediazione e riconciliazione fra persone in conflitto e nelle relazioni infrante.

 Il vero operatore di pace non è passivo, è attivo. Gesù chiama i suoi discepoli a un vero pacifismo: che è (per inventare una nuova parola) pacificar-ismo — vale a dire essere attivi e impregnarsi energicamente per portare la pace.

Negli anni, e molto di più recentemente, ho conosciuto dei veri pacificatori, e mi ha sorpreso l’energia attiva che portano nelle situazioni in cui l’ostilità, l’incomprensione e la malizia hanno creato una frattura nelle relazioni. Prendono iniziativa, vanno dalle parti in conflitto per aiutarli a comprendere un po’ meglio la prospettiva gli uni degli altri. Operano per far si che le persone si parlino. E infondono ogni interazione di pazienza e grazia.

 Sono l’opposto dei gossippari, delle malelingue e dei pii fanatici religiosi, che sembrano nutrirsi emotivamente del dramma della divisione.

Ho davvero tanto da imparare sull’essere operatore di pace, quindi condivido con voi queste riflessioni come una persona in cammino come voi, sopraffatto dalla strada da intraprendere, ma al tempo stesso entusiasta di poter imparare a crescere a somiglianza di Cristo.

Più avanti in questo sermone Gesù insegnerà di più di cosa significa essere un operatore di pace. Implica l’incassare le attitudini violente e le azioni degli altri, rispondendo con un nonviolento amore per il nemico che include il servire i loro bisogni in modo pratico. L’impegno di Gesù sull’essere operatori di pace è un tema centrale del suo ministero e in seguito di quello dei suoi discepoli — per riconciliarci sia con Dio che con i nemici e gli uni con gli altri.

La pace, sia l’avere pace che portarla agli altri, è importante per Dio e dovrebbe esserlo anche per noi.

“Perché il regno di Dio non consiste in vivanda né in bevanda, ma è giustizia, pace e gioia nello Spirito Santo. Poiché chi serve Cristo in questo, è gradito a Dio e approvato dagli uomini. Cerchiamo dunque di conseguire le cose che contribuiscono alla pace e alla reciproca edificazione. (Romani 14:17-19).

il peccato separa. La Grazia, al contrario, restaura. Tutte le relazioni che involvono persone imperfette sono in un continuo stato di separazione per via delle molte costanti micro-offese causate da innumerevoli micro-aggressioni, micro-omissioni, e/o micro-incomprensioni. Queste miriadi di micro-offese devono essere contrastate da un interminabile fluire di micro-misericordie per mantenere la salute e l’unità di qualunque relazione.

Poi ci sono delle volte in cui il “micro” diventa “macro”, quando dei grandi fallimenti causano ferite profonde e delle rotture spacca-cuore nelle relazioni. Questi disastri relazionali diventano “operazioni di pronto-soccorso” per gli operatori di pace. Queste situazioni catastrofiche che causano una voragine relazionale sono proprio quelle situazioni in cui i seguaci di Gesù devono accorrere il più in fretta possibile.

Gli operatori di pace sono pronti ad entrare nelle fratture fra le persone e lavorare con chiunque ne sia coinvolto per portare pentimento, perdono, misericordia, riconciliazione e restauro. E per Gesù l’obbiettivo e i metodi usati per raggiungere quel traguardo vanno di pari passo. Non usiamo la violenza per ottenere la pace e non usiamo la divisione per ottenere shalom.

Essere costruttori di pace vuol dire entrare attivamente nel mezzo della guerra fra le persone con lo scopo di creare riconciliazione… il pacificatore, come persona che Gesù benedice, cerca di creare riconciliazione—non pretendendo che non ci siano differenze o sopprimendo le differenze, ma creando un amore per l’altro che va oltre le differenze o che permette alle persone di stringersi la mano nonostante le differenze ~ Scot McKnight (Il Sermone della Montagna).

I costruttori di pace riparano costantemente le reti relazionali, cosa che non solo beneficia la comunità di fede, ma anche il mondo intorno a noi.

Non possiamo pescare pesci con delle reti bucate.

Del resto, fratelli, rallegratevi, ricercate la perfezione, siate consolati, abbiate un medesimo sentimento, vivete in pace; e il Dio d’amore e di pace sarà con voi. ~ L’apostolo Paolo (2 Corinzi 13:11).

Gesù è stato profetizzato come “il principe della pace” (Isaia 9:6). Quindi, fin dall’inizio della vita di Gesù, egli è associato ad essa. Gli angeli annunciano ai pastori la nascita del loro salvatore, il Messia, il Signore, e poi aggiungono: “Gloria a Dio nel più alto dei cieli e pace ai popoli sulla terra” (Luca 2:14). Gesù è un pacificatore, un riconciliatore, in senso verticale e orizzontale.

Perché la pacificazione è al centro del Vangelo? La pacificazione indica la rimozione degli ostacoli relazionali per consentire una riconnessione amorevole. Questo è il Vangelo. Non c’è notizia migliore.

Fin dalla prima generazione di seguaci di Gesù, il Vangelo (un messaggio destinato a essere condiviso) è stato accolto, sperimentato ed esteso agli altri come un messaggio di PACE, AMORE e FRATELLANZA.  Fin dall’inizio, essere un operatore di pace significava essere una persona che testimoniava la propria fede naturalmente, un divulgatore del Vangelo, un ricucitore di relazioni rotte, come quella tra Dio e gli uomini. Gesù continuerà a dire nel Sermone della Montagna che noi, insieme, SIAMO la luce del mondo. La luce risplende in modo naturale, è ciò che fa la luce. È nella natura della luce brillare, a meno che non la blocchiamo mettendola sotto il moggio. Portare il vangelo della pace, significa innanzitutto viverlo. Cercare di imparare a vivere, amare e servire come Lui ci ha mostrato. Ma non è uno sforzo che possiamo fare, bensì la conseguenza della sua Grazia in noi. Il vangelo della pace non si può imporre come per molto tempo le chiese istituzionali hanno cercato di fare. Quello non era il vangelo della pace. Il vangelo si annunzia innanzitutto con il nostro esempio, riparando relazioni, essendo disposti a perdonare, come Dio ha fatto con noi.

Prima di andare avanti vorrei chiarire che quando affrontiamo il tema della pace nominando “la via della pace” o “chiese che sostengono la pace” intendiamo dal punto di vista cristiano il modo in cui svolgiamo la nostra vita; una disposizione da parte nostra che viene dimostrata tramite uno stile di vita e atteggiamento verso gli altri coerente. La via della pace per noi non ha niente a che fare con un obbiettivo da raggiungere a tutti costi stile Rambo. Per noi la via della pace significa incarnare uno stile di vita dove l’obiettivo si può raggiungere tramite i metodi pacifisti stile Martin Luther King Jr. Scegliamo di non optare per la via della violenza per raggiungere la pace e non pensiamo che il fine giustifichi i mezzi ma piuttosto crediamo che sia possibile ottenere la pace tramite i metodi non violenti.

Il termine “pacifismo” spesso viene mal interpretato da chi non abbraccia questo concetto. Essere pacifista non significa essere passivi, codardi o inattivi. Il termine “pacifista” viene dal verbo “pacificare” che significa adoperarsi per la pace e la riconciliazione in modo attivo e creativo. La pace rappresenta il mezzo da utilizzare non soltanto l’obbiettivo da raggiungere.

Il concetto della “guerra giusta” (che è la veduta che la maggior parte del mondo cristiano abbraccia), sostiene che l’utilizzo della violenza sia giusto in alcuni casi. Dalla nascita della Prima Chiesa il cristianesimo si caratterizzava per essere una fede di natura pacifista. Questo periodo storico (l’era precostantiniana) durò per ben tre secoli, infatti non esiste neanche un singolo documento storico della Prima Chiesa che documenti delle voci contrarie ad un approccio pacifista da parte della leadership cristiana. Questo è degno di nota dato che la leadership della Prima Chiesa aveva delle vedute contrarie su numerosissimi argomenti di fede partendo dalla Trinità, dall’utilizzo delle Scritture e così via. Invece sul tema della pace c’era unanimità di opinione, nessuno aveva mai messo in dubbio gli insegnamenti di Cristo riguardo quel tema. Un secolo dopo Costantino, i cristiani non solo combattevano in guerra ma diventò perfino illegale arruolarsi se non si era cristiano. Un soldato non poteva unirsi all’esercito senza abbracciare la fede perché se non si diventava cristiano non si era degno di fiducia. Come si è potuto passare da una sponda all’altra in così poco tempo?

Per i primi tre secoli la Prima Chiesa viveva i concetti fondamentali insegnati da Gesù ; erano una minoranza e perseguitati, dovevano essere disposti a morire. Essi stavano cercando di vivere la chiamata ad evangelizzare e la verità si diffondeva a macchia d’olio grazie alla bellezza del loro stile di vita contro cultura. Nella prima parte del quarto secolo l’imperatore Costantino affermò di aver avuto una visione che credeva provenisse da Dio. Nella visione gli fu chiesto di precedere le proprie truppe dal labaro imperiale con il simbolo cristiano del chi-rho, detto anche monogramma di Cristo, formato dalle lettere XP (che sono le prime due lettere greche della parola ΧΡΙΣΤΟΣ cioè “Christòs”) sovrapposte e anche di dipingerlo sugli scudi dei soldati. Secondo la visione, se avesse dato ascolto a quel messaggio avrebbe vinto la battaglia perché “in (sotto) questo segno vincerai”. Costantino la prese a cuore e vinse la battaglia.

Quell’evento fu il primo episodio nella storia dove Cristo e la violenza furono associati, un atto simile a quello delle culture pagane desideravano che il dio più potente fosse dalla loro parte. L’anno successivo, Costantino legalizzò il cristianesimo. I leader cristiani assunsero posizioni di potere e l’imperatore investì grandi quantità di risorse economiche nella chiesa. Settanta anni dopo il cristianesimo diventò la religione ufficiale dell’impero romano. Non essere cristiano diventò illegale ad eccezione degli ebrei ai quali fu concesso di continuare a seguire la loro religione come sempre. L’anno dopo questo avvenimento fu eseguita per la prima volta l’esecuzione di una persona non credente. In quell’istante si passò all’altra sponda e i cristiani da perseguitati iniziarono a comportarsi come i pagani e a perseguitare.

Ciò che accadde è stato qualcosa di anormale. Ricordiamo che quando Satana offrì a Gesù tutti i regni del mondo e tutto il potere (Luca 4), Lui lo rifiutò scegliendo la difficile e lenta via del calvario. Quindi, Gesù e gli autori del Vangelo avevano compreso che la tentazione di impossessarsi del potere non provenisse da Dio. Dopo Costantino, dei grandi uomini di fede come Sant’Agostino, Eusebio e diversi padri della chiesa iniziarono a sostenere che Dio avesse dato loro il potere per governare il mondo. Sant’Agostino incoraggiò la chiesa a utilizzare la spada sostenendo che se Dio gliela aveva data allora era ovvio che dovevano adoperarla per la Sua gloria. I cristiani in quel momento decisero di conquistare il mondo con la forza lasciando da parte la via del loro Messia crocifisso. Diventarono dei soldati come tutti gli altri a differenza del fatto che dichiaravano di combattere nel nome di Cristo.

Non credo che chi abbraccia il pensiero della guerra giusta cerchi di ignorare in modo cosciente la parte delle Scritture dove Gesù ci incoraggia ad amare i nostri nemici. Riteniamo che esista una tradizione molto antica di indottrinamento che impedisce a molti fratelli cristiani di vedere la verità. Non si é compreso l’importanza della centralità degli insegnamenti di Cristo nel vangelo sulla non-violenza, sulla pace e sull’amare i nostri nemici. Per noi, sostenere i principi della non-violenza rappresenta la prova più evidente che non esiste null’altro più contrario alla nostra natura caduta che l’amare i nostri nemici quando la nostra vita è a rischio. La massima dimostrazione dell’amore di Cristo è quella di dare la propria vita per i nostri nemici.

Nell’era precostantiniana le comunità cristiane si radunavano attorno ad un concetto fondamentale denominato “patientia” in latino. Il termine “patientia” significa “pazienza” e anche “resistere al male per non commetterlo”, un concetto all’opposto confronto a quello di “commettere il male per non dover soffrire”. La chiesa era unita nell’insegnare che i cristiani dovrebbero fare qualsiasi cosa per evitare di uccidere perché ciò avrebbe distrutto la testimonianza di Cristo. Dare la vita per una causa veniva incoraggiato invece togliere la vita ad un altro essere umano per una causa, qualunque essa fosse non si doveva mai fare. Morire, soffrire ed amare i nemici mentre la propria vita si estingueva veniva considerato una delle testimonianze più forti della natura trasformativa del Regno di Cristo all’opera nei nostri cuori. . Perché si dovrebbe combattere per cercare di preservare la propria esistenza?

La parola “martire” che nei nostri giorni ha acquisito il significato di “qualcuno che muore per la propria fede” in realtà sifnifica “testimone”. La Prima Chiesa sosteneva che uno dei modi migliori di dare la propria testimonianza era quella di morire per la fede amando i nemici e perciò divenne la forma di testimonianza più alta. Esistono diversi testi antichi cristiani che lo confermano come il seguente testo di Origene di Alessandria, teologo e filosofo greco antico: “Noi non prendiamo più la spada contro nessun altro popolo e non impariamo più a fare la guerra; Gesù ci ha fatti diventare figli della pace; è Lui il fondatore delle nostre leggi” [Origene, Contro Celso, V]. Tertulliano, scrittore romano e apologeta cristiano disse: “E parteciperà ad una battaglia il figlio della pace, per il quale sarà sconveniente anche il solo litigare? Infliggerà arresti, carcere, torture e supplizi chi non può vendicare neppure le offese fatte a lui stesso?” (Tertulliano +230) “Il fatto di portare il nome stesso (del cristianesimo) dal campo della luce al campo delle tenebre significa violarlo” (Tertulliano).Ippolito di Roma disse: ” L’ufficiale che ha il potere di vita o di morte o il magistrato rivestito di porpora, (porpora era il colore che indossavano le persone di potere) o si dimetterà o sarà scomunicato.” Qui Ippolito stava riprendendo i cristiani esprimendo che erano arrivati al punto di dover chiedere a coloro che facevano parte dell’esercito o del governo di lasciare la chiesa. Questo era il modo in cui applicavano gli insegnamenti di Gesù nei primi tre secoli. Arnobio, retore e apologista cristiano disse: “E’ meglio subire ingiustizia piuttosto che farla, meglio che sia versato il nostro sangue medesimo piuttosto che macchiare le nostre mani e le nostre coscienze col sangue di un’altra persona”. Lattanzio (Africa, 250 circa – Gallie, dopo il 317), è stato uno scrittore, retore e apologeta romano di fede cristiana. Lui disse: “Non fa nessuna differenza mettere a morte una persona da spada o da parola dato che l’atto stesso di mettere a morte è vietato”. Qui Lattanzio si riferiva all’atto di uccidere qualcuno fisicamente come quando uno è nell’esercito o mettere a morte qualcuno con la parola nei panni di giudici o come parte del governo facendo delle scelte di natura belica, entrambi mestieri erano fortemente vietati nella Prima Chiesa. Lattanzio fu anche il tutore di Crispo, figlio dell’imperatore Costantino. “Quando Dio ci vieta di uccidere ci vieta anche di commettere brigantaggio che non è permesso dalle leggi pubbliche ma ci avverte che neanche quelle cose che sono considerate lecite tra gli uomini dovrebbero essere commesse. Perciò in questo comandamento di Dio non è ammessa nessuna eccezione alla regola che uccidere un’altra persona considerata una creatura sacrosanta agli occhi di Dio sia sempre sbagliato.” (Lattanzio).